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Tuoro sul TrasimenoTuoro sul Trasimeno
Delizioso borgo sul lago
dettagli su Tuoro sul Trasimeno

Torre pendente di VernazzanoTorre di Vernazzano
Torre pendente del 1300
dettagli su Tuoro sul Trasimeno

Rassegna stampa

Alcuni articoli apparsi su quotidiani locali: cliccare sulla miniatura per visualizzare l'ingrandimento in formato .pdf

Articolo pubblicato su La Nazione del 18/06/2009
Articolo pubblicato su il Messaggero - edizione Umbria del 21/06/2009
Articolo pubblicato su Il Giornale dell'Umbria del 17/11/2009
Articolo pubblicato su Il Corriere dell’Umbria


Partenza percorso dall'Info Point di Tuoro Il Malpasso Sosta nr. 1

Sosta nr. 2 Sosta nr. 3 Sosta nr. 4

Sosta nr. 5 Sosta nr. 6 Sosta nr. 7

Sosta nr. 8 Sosta nr. 9 Palazzo del Capra

Sosta nr. 10 Sosta nr. 11 Sosta nr. 12

Percorso Annibalico: le soste

il malpasso luogo dell'imboscata ai romani Sosta del Malpasso

Partite vixdum satis certa luce, al primo sorgere del giorno, le legioni superano faticosamente, immerse nella nebbia, la strettoia che porta al lago, Caio Flaminio si è mosso inesplorato, senza riconoscere il terreno; e la coda dell’esercito in marcia sta ancora varcando il Malpasso quando sui legionari si avventano i nemici, acquattati sulle balze rocciose sovrastanti.
Malgrado l’asserto di Livio (XXII, 4, 3), secondo cui ad essere schierata ad ipsas fauces, all’entrata stessa del vallone, era la cavalleria punica, il quadro geografico, ancor oggi immutato, sembra in questo punto prestarsi assai poco all’azione di forze montate. Meglio è, forse, ritenere con Polibio che la parte occidentale della trappola sia stata costituita dai Celti e, appunto, dalla cavalleria; ma con quest’ultima disposta più avanti (forse lungo i corsi del Macerone e del Rio delle Cerrete?), dove la piana si allarga.

sosta nr. 1 - la trappola di Annibale Sosta nr. 1
La trappola di Annibale

l Nissen (1) ritiene che, al momento della battaglia la conformazione della costa (e quindi il livello del lago…) fosse simile a quella attuale. Il teatro dello scontro giungeva secondo lui fino a Montigeto e a Passignano. Il corno destro dello schieramento punico era formato dalla cavalleria, orientata però verso l’esterno del vallone, dovendo muoversi dalle pendici occidentali del Monte Gualandro se non addirittura dalla piana stessa attorno a Borghetto; e dai Celti, schierati di seguito a questa, fin sotto Sanguineto. Al centro, presso Tuoro, si trovava il campo di Annibale, ove stavano le fanterie pesanti veterane, Iberi e Libi. L’ala sinistra dell’armata punica, composta dalle fanterie leggere, chiudeva il varco fino a Passignano. I 6 mila dell’avanguardia si aprirono il varco in direzione di Passignano.

l'esercito Romano Sosta nr. 2
L’Esercito Romano

Lo sfondo su cui sfilano le truppe è quello del Malpasso, il solo punto dal quale i due eserciti siano sicuramente passati e la morfologia del paesaggio non sia cambiata rispetto al giugno 217 a. C. La scena rappresentata è convenzionale.
Truppe e armamenti sono mescolati: alcuni tra i legionari portano infatti il kardiophylax, il pettorale metallico di forma sia rettangolare, sia rotonda, mentre altri sono protetti dalla lorica hamata, il giaco di maglia metallica, sia nella forma tradizionale, provvisto di semplici spallacci di rinforzo, sia corredato con la cappa o mantellina tipica dei notabili gallici.
Anche gli elmi rispecchiano le due differenti tipologie in dotazione all’esercito romano: quello del tipo cosiddetto Montefortino e quello, di fattura più pregiata, di tipo etrusco-corinzio.

l'esercito Cartaginese Sosta nr. 3
L’esercito Cartaginese

Lo sfondo su cui sfilano le truppe è, ancora, quello del Malpasso, il solo punto dal quale i due eserciti siano sicuramente passati e la morfologia del paesaggio non sia cambiata rispetto al giugno 217 a. C. La scena rappresentata è sempre convenzionale: il campione prescelto intende infatti essere rappresentativo dell’armata cartaginese, e comprende dunque esponenti delle sue etnie principali, Libî, Celti ed Iberi, cavalieri e fanti, con ogni sorta di armamento in dotazione.
La formazione ricorda almeno in parte, benché naturalmente in misura assai ridotta, quella adottata sovente da Annibale durante la marcia, con i Galli prudentemente inglobati (e sorvegliati, data la loro proverbiale indisciplina...) da due corpi di cavalieri.

l'azione devastante della cavalleria punica Sosta nr. 4
L’azione devastante della cavalleria punica

Per potersi sviluppare l’attacco della cavalleria aveva bisogno di un terreno favorevole; e questo non poteva in alcun modo essere offerto dalle pendici, troppo scoscese, del Monte Gualandro.
Lanciata probabilmente da un punto più interno del vallone, l’azione dei cavalieri scompaginò le linee dell’esercito romano.
La rappresentazione è convenzionale, mostrando mescolati Celti (in prevalenza…), Iberi e Numidi.

la morte del Console Flaminio Sosta nr. 5
La morte del Console Flaminio

La versione seguita nel pannello è quella di Tito Livio (XXI, 6, 1 ss.), che — meno ostile di quella offerta da Polibio (III, 84, 4)— sembra però la più attendibile. Mentre è intento a battersi eroicamente scortato dal fior fiore delle legioni, portando aiuto dovunque veda le sue truppe in difficoltà, il console viene riconosciuto da un Insuber eques, un cavaliere degli Insubri a nome Ducario, che ancora ricorda le violenze compiute alcuni anni prima da Caio Flaminio nei confronti del suo popolo.
Nel momento di attaccarlo, il Gallo vota l’anima del nemico ai Mani, allo spirito della sua gente uccisa.
Spronato il cavallo, Ducario prima abbatte lo scudiero del console, poi trafigge il console stesso con la lancia.
Il guerriero celtico è a cavallo al centro della scena; mentre il console è l’altra figura montata in secondo piano.
I legionari schierati davanti a lui e armati con le lance da urto sono triarii.

Annibale dà il segnale di attacco Sosta nr. 6
Annibale dà il segnale di attacco

Nella spianata davanti all’accampamento, circondato da alcuni membri del suo stato maggiore, Annibale si appresta a dare ai suoi l’ordine simul invadendi, di attaccare tutti insieme il nemico entrato nella valle.
Come due dei suoi ufficiali, il Cartaginese indossa un linothorax, una corazza lintea di tipo ellenistico, rinforzata sull’addome da scagliette metalliche; mentre gli altri due, la figura semicoperta alla sua sinistra e quella appena visibile alle sue spalle, sono equipaggiati rispettivamente con una lorica anatomica in bronzo e —almeno apparentemente— con un giaco di maglia di tipo italico (se ne scorge uno spallaccio).
Tra gli altri particolari significativi spiccano, nel disegno, l’elmo ai piedi di Annibale e l’armamento del Numida sulla destra, accanto ai due guerrieri celti. Modellato su quello che equipaggia Alessandro in un celebre ritratto, l’elmo, sbalzato a muso di leone, richiama la leonté, la pelle del leone nemeo che proteggeva Eracle, l’eroe cui Annibale —come Alessandro…— si ispirava.
Quanto al Numida, si tratta certamente di un capo. Oltre alla pelle di ghepardo appesa alla spalla, egli indossa —particolare insolito, per uno dei cavalieri africani, che erano abitualmente privi di armamento difensivo— un’armatura composita, per metà a maglia di ferro, per metà a scagliette metalliche.
Sul fianco si scorge l’impugnatura del lungo coltello berbero per il combattimento ravvicinato (un secondo esemplare è posato a terra, dietro di lui).

riferimenti archeologici Sosta nr. 7
Riferimenti archeologici

Alcuni dei reperti rinvenuti nel corso degli anni nel territorio del Comune di Tuoro riportano iscrizioni in lingua etrusca. Il loro numero è esiguo, ma i testi sono piuttosto lunghi e quindi molto importanti.
Sicuramente da Tuoro proviene il cosiddetto Putto Graziani, una statua in bronzo raffigurante un bambino con in mano un uccellino, che doveva rappresentare probabilmente un ex-voto, cioè l’oggetto dedicato ad una divinità. Questa funzione è confermata dal testo etrusco, inciso su una gamba del bambino: fleres tec sansl cver, in cui l’oggetto è dichiarato dono (cver) della (o alla) divinità (fleres) Tec Sans (tec sansl).
Questa dedica riporta il nome di una divinità, Tec Sans (“Tec il genitore”?) nota, oltre che dalla mappa astrale rappresentata sul Fegato di Piacenza (come tecvm), solo dall’iscrizione incisa sull’Arringatore, la grande statua etrusca la cui provenienza è ancora discussa. L’iscrizione dell’Arringatore è: aulesi metelis ve vesial clensi cen flere´s tece sansl tenine tyines xisvlics.
Purtroppo il testo dell’epigrafe non è completamente traducibile, ma sembra comunque chiaro che in favore di Aule Meteli (aulesi metelis), figlio di Vel e di una Vesi (ve(lus) vesial clensi) “questo qui” (cen), probabilmente la statua, della (o alla) divinità Tece Sans (fleres tece sansl), è (forse) donato (tenine).
Il fatto che entrambe le iscrizioni presentino un riferimento a Tec(e) Sans (o Tec(e)sans?), ha indotto molti studiosi ad ipotizzare la presenza, nel territorio di Tuoro, di un santuario legato a questa divinità, in cui fossero stati dedicati sia il Putto Graziani, sia l’Arringatore.
Un altro rinvenimento che collega Tuoro e l’epigrafia etrusca è quello della Tabula Cortonensis.
In questa tavola di bronzo, rinvenuta nella campagna cortonese e databile all’inizio del II sec. a. C. circa, è riportato il testo etrusco di una compravendita di terreni tra varie persone della città. In un passo si fa riferimento ad un terreno che si trova celti nêitiss tarsminass ovvero “nel territorio del Lago Trasimeno”.
Dato che, tra i terreni che circondano il lago, solo quello che va da Tuoro a Borghetto rientrava nella sfera di influenza della città di Cortona, è probabile che il riferimento contenuto nella Tabula alluda proprio ai terreni pianeggianti, vicini al lago stesso, dell’odierno Comune di Tuoro.

gli ustrina Sosta nr. 8
Gli Ustrina

Tito Livio (Storie, XXII, 7) riferisce che Annibale fece seppellire i suoi soldati morti nella battaglia, dopo averli separati dai corpi senza vita dei legionari romani. Secondo Polibio (III, 85) furono sepolti solo una trentina di guerrieri, i più illustri dell’esercito cartaginese.
Senza dubbio i cumuli dei cadaveri rimasti insepolti sui campi del Trasimeno vennero spogliati delle armi e delle armature migliori e, nel volgere di pochi giorni, per evitare pericolose epidemie, furono arsi ad opera soprattutto della popolazione locale.
L’ipotesi formulata nel 1960 dal prof. Giancarlo Susini prevede che a questo scopo siano state utilizzate delle fosse di cremazione rinvenute in gran numero nella valle ad Ovest di Tuoro. Si tratta dei cosiddetti ustrina, realizzati dai genieri di Annibale e poi portati a compimento dai locali. Queste cavità presentano due diverse fogge: la prima, meno diffusa, a pianta quadrangolare, di profondità ridotta (di tipo punico); la seconda, più consueta, di forma sferoidale o tronco-conica, di profondità maggiore.
Al loro interno sono stati rinvenuti strati di materiale organico combusto. In un caso l’ustrinum era circondato da una vasta piattaforma arrossata dal fuoco: tra il materiale rinvenuto all’esterno furono raccolte alcune cuspidi di armi da getto.
La fossa più grande conteneva alcuni frammenti di ossa e una punta di freccia. Un’altra scuola di pensiero afferma che tali cavità(in particolare, quelle di forma sferoidale o tronco-conica) siano da ritenere piuttosto manufatti di archeologia industriale (in genere fornaci per la calce, in alcuni casi carbonaie, in altri fornaci per cuocere mattoni o ceramiche).
A sostegno di questa ipotesi la toponomastica dei luoghi (degna di nota la presenza di una “Via del fornello” e di toponimi medievali come “Calcinaio” e “Calcinaiola”) e il rinvenimento nei territori vicini di analoghi manufatti di forma sferoidale o troncoconica utilizzati per cuocere la calce ed altri, di minori proporzioni, adibiti a carbonaie.

la fuga dei seimila Sosta nr. 9
La fuga dei seimila

Il pannello mostra la marcia degli uomini dell’avanguardia.
Scivolando probabilmente sotto le pendici del campo, forse nel punto di giunzione tra la zona presidiata dai Celti e quella occupata dalle fanterie pesanti libiche ed iberiche, e protetti dalla nebbia, i seimila superstiti presero, quasi inosservati, la via delle alture (nell’immagine appaiono simbolicamente disturbati soltanto dal tiro di qualche isolato armato alla leggera).
Solo una volta giunti sulla cima, presso un villaggio etrusco da identificarsi con la località detta oggi La Trasimena, volgendosi indietro i seimila scampati poterono, al diradarsi della nebbia, scorgere il campo di battaglia disseminato dai corpi dei compagni caduti.

la colonna romana Sosta nr. 10
La colonna romana

Malgrado quanto suggerito dal testo lapideo, non si può ormai più accettare che la colonna romana marchi il punto in cui la strada, costeggiando il lago, si spingeva a sfiorare l’altura di Tuoro; e da rivedere è forse anche l’ipotesi sulla posizione dei Baleari.
E tuttavia questo segnacolo, donato dal sindaco di Roma e dedicato in occasione del Convegno internazionale annibalico tenutosi nell’ottobre del 1961, rimane a ricordo di una riscoperta e di un’ipotesi nuova, quella proposta da Giancarlo Susini, che aprì un’importante stagione di studî, premessa essenziale ad ogni successivo sviluppo.

il porto di casa del piano Sosta nr. 11
Il porto di casa del piano

Nella seconda metà del Cinquecento venne realizzato, lungo la costa settentrionale del Lago Trasimeno, il “Porto di Casa Piano” (Cedola di Papa Pio V del 1566, art. 42). La struttura, in pietra, era utilizzabile tutto l’anno, soprattutto per le esigenze della comunità dell’Isola Maggiore che a quel tempo era il maggiore centro peschereccio del lago e contava una popolazione di 500-600 abitanti.
(Per approfondire gli aspetti legati alla storia, all’economia, all’arte e alle tradizioni dell’Isola Maggiore, si suggerisce la visita del Centro di documentazione allestito nella restaurata Casa del Capitano del Popolo - sec. XIV).
Intorno alla metà del Settecento il primitivo porto già non esiste più. Il lento processo di interrimento dell’insenatura ha allontanato la riva del lago di alcune decine di metri verso valle. Alla fine dell’Ottocento sappiamo che l’approdo ha preso il nome di “Porto Baldeschi” o “Porto di Tuoro” e si trova lungo la strada che scende da Casa del Piano, detta appunto “del Porto”.
Il terreno che nella seconda metà del Cinquecento costituiva l’area di servizio del “Porto di Casa del Piano” è ancora ben identificabile, soprattutto utilizzando la fotografia aerea. Durante le maggiori piene conosciute dal lago tra il sec. XV e il XIX le acque giunsero a lambire la località Casa del Piano e l’attuale SS 75 bis del Trasimeno.
Queste ripetute espansioni lacustri cancellarono le tracce di ogni precedente sistemazione agraria della valle.
La linea di costa consueta nel periodo etrusco-romano doveva correre, in genere, poco più a valle di quella attuale. Lo attestano i numerosi rinvenimenti di materiali ceramici dell’epoca, compiuti a seguito di scavi e dragaggi nei decenni scorsi sul bagnasciuga di Castiglione del Lago, S. Feliciano e Monte del Lago, a quote comprese tra m 255,00 e m 256,00 s. l. m.
Materiali di età romana (primo impero) sono stati rinvenuti, nella primavera del 1991, a seguito di un intervento di dragaggio compiuto dall’Amministrazione provinciale di Perugia sul bagnasciuga di fronte Casa del Piano.